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Quando l’attività fisica e mentale riduce i sintomi di Parkinson e Alzheimer

Per secoli, il cervello è stato spiegato e concepito come una macchina immodificabile e geneticamente determinata in cui l’unico cambiamento possibile a partire dall’età adulta fosse la degenerazione dovuta all’invecchiamento. Una macchina portata inevitabilmente a logorarsi con l’uso e con il passare del tempo.

2905945970_21f07f8f79_zIn quest’ottica, qualsiasi attività fisica e mentale che si proponesse di limitare il declino cerebrale negli anziani per molto tempo è stata considerata marginale e di importanza limitata. La comunità scientifica, infatti, in questi decenni si è focalizzata principalmente sulla ricerca farmacologica, mentre i pazienti ricevevano diagnosi di Parkinson e Alzheimer con prognosi infauste, progressive, drammatiche, rimanendo passivamente in attesa di una soluzione ‘esterna’.

D’altra parte, se tutto è scritto nei nostri geni, c’è ragionevolmente poco spazio per l’iniziativa individuale.

Poi si è assistito a una vera rivoluzione copernicana delle neuroscienze, una rivoluzione dovuta a tecniche d’indagine sempre più sofisticate in grado di osservare l’attività neurale in vivo che hanno portato alla scoperta di una proprietà fondamentale del cervello: la neuroplasticità.
La neuroplasticità è la capacità del cervello di modificare la propria struttura e il proprio funzionamento in base all’attività mentale e in risposta alle esperienze vissute.

È stato il premio Nobel per la medicina Eric Kandel a dimostrare come l’apprendimento andasse ad attivare dei geni in grado di aumentare le connessioni tra i neuroni e tale scoperta ha dato il via ad un filone di ricerca impostato su un paradigma radicalmente diverso: la nostra mente non è rigidamente determinata dal cervello, ma a sua volta ‘plasma’ e modifica il cervello stesso. In questo cambio di paradigma, le nostre esperienze possono incidere ‘letteralmente’ sulla nostra carne e sul nostro cervello e la ricerca si è concentrata nella comprensione di tali processi.

Ancor più sorprendente, è la scoperta, nell’ormai lontano 1998, che il cervello è in grado di generare nuovi neuroni, grazie all’attività dell’ippocampo, regione cerebrale implicata nella memoria.

Ebbene, queste scoperte sono fondamentali per riuscire a comprendere come camminare, un’attività così familiare, così ‘umana’, così umile, possa essere una attività in grado di stimolare cambiamenti importanti a livello cerebrale. Se poi tale attività è abbinata al vivere un contesto ricco di stimoli, in grado di tenerci vivi e impegnati mentalmente, la cosiddetta ‘stimolazione cognitiva’, si attivano processi neurofisiologici in grado di ‘preservare i neuroni’ oltre ad attivare la proliferazione di nuovi cellule cerebrali (si veda gli studi di H. Van Praag et al., 1999).

Per spiegarvi in modo scientifico tali affermazioni, dovrebbe seguire una lunga storia di topi e dei loro cervelli, con topi in gabbie ricche di giochi e ruote per correre, confrontati con topi annoiati in gabbie vuote e tristi. Con il cervello dei primi più ricco di neuroni e di connessioni rispetto al cervello dei secondi. E chissà invece quanto saranno ‘ricchi’ i cervelli dei topi che vivono nei loro contesti naturali e che per fortuna loro nessun ricercatore avrà la possibilità di sezionare e misurare. O potrei raccontarvi del famoso ricercatore Donald Hebb, che suscitando l’orrore di molti, faceva vivere i topi liberi in casa propria, come animali domestici, e ne riscontrava un’intelligenza e una capacità di risolvere i problemi nettamente superiori.

Se attività fisica e mentale sono correlati a tali modificazioni cerebrali, si può capire come diverse ricerche stiano riscontrando un loro impatto decisivo nella prevenzione e nel decorso di patologie importanti come il Parkinson e l’Alzheimer, oltre ad avere un impatto potenzialmente decisivo sul declino cognitivo e la demenza.
Diversi studi evidenziano come l’attività fisica favorisca specifici fattori di crescita sia nelle cellule gliali che nell’ippocampo (Oliff et al., 1998; Zigmond et al.), aree fortemente implicate nell’insorgenza del Parkinson, dell’Alzheimer e della demenza, così come sembra che possano avere la possibilità di ritardare o fermare in modo significativo l’emergere dei sintomi parkinsoniani (si veda gli studi di J.L. Tillerson et al., 2003).

La predisposizione genetica non determina necessariamente l’insorgenza di queste malattie e i fattori ambientali e l’esperienza di vita interagiscono con il patrimonio genetico (T. Chow, 2013). Questo ci rende maggiormente comprensibile il fatto che un elevato livello di scolarizzazione riduca il rischio di Alzheimer e da un importanza fondamentale alla prevenzione attiva, una prevenzione che mette la persona e la sua capacità di iniziativa al centro.

Nel 2011 è stata pubblicata su Neurology, la rivista più importante del settore, una revisione sistematica sulle relazioni esistenti tra attività fisica e Parkinson basata su ricerche condotte su uomini e animali. In tale revisione, sono state prese in considerazioni tutte quelle attività fisiche in grado di aumentare il ritmo cardiaco e il fabbisogno di ossigeno. Da questa studio emerge che l’attività fisica dovrebbe avere un ruolo centrale nel trattamento del morbo di Parkinson.

A tal proposito, nel 2014, uno studio condotto su pazienti affetti dal Parkinson, ha dimostrato che camminare tre volte alla settimana per 45 minuti, per sei mesi, portava a miglioramenti nei sintomi motori e nell’umore, riducendo il senso di debolezza. Gli autori sottolineano che questi miglioramenti non erano dovuti al trattamento farmacologico che i pazienti comunque già seguivano (Ergun Y. Uc et al., 2014).

Nel 2013, uno studio condotto presso l’Università di Cardiff (P. Elwood et al., 2013) seguendo 2235 uomini per 30 anni, ha dimostrato invece come esercizio fisico, alimentazione sana, peso nella norma, basso consumo di alcol e il non fumare, riducevano del 60 per cento il rischio di demenza e Alzheimer. Di queste abitudini, l’esercizio fisico è stato ritenuto il fattore in assoluto più importante.

Assecondando alcune mie tendenze paranoiche, probabilmente, se un farmaco avesse avuto tali riscontri e risultati, questi studi avrebbero avuto molto più risalto (o un ufficio marketing più potente).

Questi risultati rimandano alla possibilità di avere una maggiore padronanza sulla propria saluteanche quando devono essere affrontate patologie organiche, oltre a sottolineare l’importanza di poter gestire in modo attivo la propria vita al di là della malattia. Camminare, pensare, leggere, infatti, non si sostituiscono ai farmaci, che hanno una loro efficacia seppur limitata, ma sono fattori fondamentali per favorire processi neurofisiologici che ci proteggono dalla malattia. I risultati di questi esperimenti ci dimostrano quanto sia importante l’atteggiamento mentale, la motivazione, la passione per affrontare tali difficoltà e come questi fattori possano addirittura interagire con la nostra genetica. Un quadro molto diverso dall’attesa passiva fatta di visite in cui ‘controllare’, senza poter fare niente, la progressione della malattia.

Ovviamente, tali attività comportano un impegno proprio nelle aree di funzionamento colpite dalla malattia: per questo diviene fondamentale il ruolo di un contesto supportivo, umano e professionale in grado di accompagnare la persona in questi percorsi di salute, per uscire dal circolo vizioso della malattia e dell’inattività innestato da diagnosi che seguendo un’impostazione scientifica ormai superata hanno il sapore di vere e proprie condanne. Contesti necessari per affrontare i forti stati depressivi spesso associati a queste patologie.

Mi vengono in mente, allora, la solitudine, l’abbandono, l’alienazione di molti istituti e case di riposo, in cui vivono i nostri ‘vecchi’ e penso a quei topi in gabbie prive di tutto degli esperimenti citati sopra.

Mi viene in mente il co-housing, dove vivere e rimanere mentalmente attivi, le aree urbane verdi, dove poter passeggiare, così come dei veri progetti di socializzazione e momenti di cultura per la comunità, dove i nostri cervelli possono nutrirsi ed appassionarsi alla vita. Mi vengono in mente contesti dove essere e sentirsi utili per sé e per gli altri.

E penso che un impatto significativo sui nostri cervelli queste realtà lo possano avere veramente.

 

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Edgardo Reali

Psicoterapeuta e Psicologo clinico

reali.edgardo@gmail.com

Tel. 3467206930

 

 

 

Foto di Donato Accogli